Perché NO- comunicati politici

Indipendenza per il NO al referendum sull’autonomia del 22 ottobre in Veneto e Lombardia

Pubblicato il 6 settembre 2017di associazioneindipendenza

Il 22 ottobre si voterà in Lombardia e Veneto per il referendum sull’ampliamento delle competenze regionali, avviando l’iter per divenire regione a statuto ‘differenziato’, una creatura mutante fra la regione a statuto speciale e quella a statuto ordinario, partorita dalla esiziale riforma del titolo V della Costituzione del 2001 (art. 116), e finora presente solo sulla carta.

Un diversivo per distrarre il dibattito dai grandi temi (disoccupazione, precarietà, deindustrializzazione, devastazione ambientale) che ghermiscono anche due regioni un tempo benestanti come Lombardia e Veneto, quasi che a Roma si decidesse qualcosa di autenticamente significativo che non sia la ratifica dei desiderata euroatlantici e della conseguente macelleria sociale.

Il referendum, dunque, non mette in discussione in nulla lo stato di sudditanza ai vincoli U.E., NATO e sovranazionali, anzi indebolisce ancor più la dimensione nazionale, acuendone la sudditanza.

Le regioni sono da sempre un livello di governo cui l’UE guarda con favore nella prospettiva di esautorare gli Stati nazionali di competenze, capacità allocative e ambiti di intervento. Con buona pace di chi ritiene che dalla Lega possa venire un aiuto alla battaglia per lo sganciamento dai vincoli europei, questa consultazione dà nuova linfa a uno degli espedienti utilizzati per svuotare l’idea stessa di sovranità trasferendo le decisioni strategiche a livello comunitario e lasciando a livello subnazionale la sola possibilità di imbellettare le politiche ‘lacrime e sangue’ calate dall’alto.

Non è tutto. Questo appuntamento elettorale serve anche per compattare i ranghi di quel partito in ottica elezioni politiche: le componenti che mal digeriscono la svolta sedicente ‘nazionale’ della segreteria Salvini avranno un contentino, beninteso con la convergenza di tutti i grandi partiti, dal PD –e satelliti governativi– al M5S: tutti dietro i pifferai padani, al massimo con qualche isolato distinguo per salvaguardare la parvenza di un ‘pluralismo’ ormai macchiettistico. Un SÌ che ha il sapore del plebiscito: orchestrando il dibattito nel recinto del gattopardismo d’accatto, le élite italofone di ogni latitudine preparano l’ennesima messinscena della governance euroatlantica di cui sono fedeli guardiani. Fra gli ambiti toccati dalle competenze della regione a statuto ‘differenziato’, non vi sono certo snodi politicamente significativi per i burattinai sovranazionali: con ‘l’autonomia’ non potrebbero essere messe in discussione basi militari come il Dal Molin di Vicenza o la presenza di ordigni atomici a Ghedi, nei pressi di Brescia: altro che autodeterminazione! Un’iniziativa, quindi, che svaluta per sua stessa natura le battaglie su autogoverno, sovranità e autonomia facendole apparire non come la imprescindibile necessità di acquisire il controllo democratico sulle grandi leve di indirizzo politico, economico, culturale e militare, quanto invece rivendicazioni di retroguardia su scampoli marginali e residuali all’interno di un recinto che è comunque tracciato dal modello economico e politico egemone.

Un’iniziativa partorita da quella Lega Nord componente organica della compagine berlusconiana e membro ortodosso dei suoi governi, di cui ha condiviso merito e metodo. Insomma, una parte del problema che tenta oggi di riciclarsi come parte della soluzione. La Lega di governo ha rappresentato e rappresenta il peggio dei difetti romani che a parole intendeva combattere: vale la pena ricordare come anche nelle due regioni chiamate alle urne la casta padana non si sia fatta mancare nulla in termini di politiche liberiste e mercatiste, di grandi opere (MOSE, Pedemontana veneta, BRE-BE-MI, TEM), esternalizzazioni/privatizzazioni con particolare riferimento alla sanità, tagli alle politiche sociali, senza dimenticare che le due regioni sono ai vertici italiani per cementificazione del territorio.

Da ultimo vale la pena ricordare come il Veneto sia di fatto l’epicentro della crisi bancaria italiana, esito delle riforme pro mercato derivanti da Bruxelles: non solo i bubboni VenetoBanca e Banca Popolare di Vicenza ma, nel silenzio generale, anche banche relativamente minori (come i crediti cooperativi) sono commissariate o in grande sofferenza. Inutile sottolineare come questo possa incidere in un tessuto che si regge sulla micro e piccola impresa, senza dimenticare che l’esito di tali opzioni sarà il taglio del personale, la socializzazione delle perdite e la predazione di quel che di buono rimane da parte di Banca Intesa, acquirente al lauto importo di un euro delle parti sane dei due istituti di credito.

Se la Lega Nord avesse effettivamente voluto avviare una sfida finalizzata a contrastare le regole europee, avrebbe potuto lanciare la regionalizzazione delle due banche, sul modello delle Landesbank tedesche, visto che già ora, a tenore dell’art. 117 della Costituzione, casse di risparmio, casse rurali, aziende di credito a carattere regionale sono materia di competenza concorrente fra Stato e regioni. Altro che ‘nuove competenze’; non sono state usate per gli obiettivi a parole sbandierati neanche quelle già presenti!

“Indipendenza”, che da sempre è impegnata sul tema della sovranità e dell’autogoverno delle comunità, invita soci, amici e simpatizzanti di Lombardia e Veneto a votare e far votare NO al referendum del 22 ottobre. La sovranità è una cosa seria! Il 22 ottobre tutti ai seggi contro casta padana, U.E. e filiera euroatlantica.

Senza sovranità nazionale, nessuna emancipazione sociale! Sovranità, indipendenza, liberazione!

Per un ulteriore approfondimento, si veda anche il contributo del socio Matteo VolpeL

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L’Italia ha il pareggio di bilancio (art. 81) inserito in Costituzione. Fu ispirato dall’Unione Europea e recepito in modo zelante dal parlamento, pressoché all’unanimità, nell’aprile 2012 (governo Monti). Parallelamente si procedette alla modifica degli articoli 97, 117 e 119 della Costituzione relativi ai bilanci degli enti locali. Questi ultimi sono ‘costretti’ all’autonomia di spesa e allo stesso tempo obbligati a rispettare il vincolo del pareggio di bilancio, con tutte le insormontabili difficoltà nella gestione ordinaria che attanagliano, dove più dove meno, i bilanci e le necessità di spesa dei comuni. Insomma, non è più possibile spendere a deficit per stimolare la domanda e, nei momenti difficili, far ripartire l’economia, tanto a livello nazionale quanto a livello locale. Ne consegue che non è possibile mantenere il pareggio di bilancio senza rinunciare a interventi di spesa e senza procedere a tagli, privatizzazioni, nuove tasse. Il patto di stabilità ha così fattivamente distrutto l’autonomia di spesa anche degli enti locali e sancito il controllo diretto della UE sui bilanci pubblici. Gli effetti, progressivamente devastanti, li conosciamo ormai da anni e nulla, nel contesto unionista, può far invertire la tendenza.

Fu un’operazione votata in fretta e furia, in un riserbo pressoché assoluto, senza che ci fosse nel Paese un dibattito pubblico. Così, nel rispetto della procedura, si è operata una costituzionalizzazione dell’austerità.
C’è quindi da chiedersi: perché chi richiede più autonomia per le regioni, non pone come prioritario e principale il ‘nodo’ dell’austerità europea che impedisce ogni libertà di spesa a tutti le istituzioni della Repubblica?
E allora, ci vien da pensare, visto che quantomeno chi amministra non può non sapere, non sarà che si vuole avere maggiore mano libera, in ‘autonomia’, privatizzando tutto quel che si potrà privatizzare per meglio (si fa per dire) adeguarsi alle direttive e agli obblighi della UE?

Sulla questione, quindi, non ci si astiene. Al referendum di domenica 22 ottobre sull’autonomia in Lombardia e Veneto invitiamo a votare “NO”.

Indipendenza
ottobre 2017

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Una battaglia è giusta perché è giusta, non perché la si vince: questo referendum-bidone ha oggettivamente rinsaldato il partito unico euroatlantico ma ha anche dimostrato, specialmente in Veneto, il radicato malcontento di vasti e plurali strati della società. Le forze progressiste hanno perso un’occasione che non si può che definire storica per denunciare la vera filiera delle responsabilità retrostanti il deterioramento delle condizioni materiali e morali di vita anche nelle regioni del Nord Italia, malcontento che è stato direzionato dall’apparato politico dominante verso falsi bersagli e illusorie mete.

A fronte di una prateria di visibilità le opposizioni al modello dominante non hanno saputo far altro che invitare a un boicottaggio confondendosi con settori opportunisti del medesimo schieramento dominante: un errore strategico che peserà a lungo.

Per Indipendenza nulla cambia: la lotta di liberazione nazionale per un’Italia sovrana e rinnovata nei rapporti di forza in essere continua come sempre.

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